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Ormai da anni, le campagne elettorali in Italia sono caratterizzate, per quanto riguarda l’economia, da dibattiti, o meglio risse, su singoli argomenti o problemi: meno tasse, più occupazione, aumento delle pensioni, meno precarietà. Manca però una visione d’insieme, sistematica, che permetta finalmente a questo paese di uscire dal guado. Questo è possibile però, solo se si comprendono le ragioni profonde del declino italiano. Il problema nel nostro paese è l’assenza di una visione del futuro. L’Italia, infatti, è un Paese che da alcuni decenni ha smesso di investire sul suo futuro, decidendo di scaricare ogni difficoltà sulle spalle dei suoi più giovani cittadini. Precarietà, debito pubblico, assenza di welfare, e mancanza di meritocrazia difetti cronici della nostra Repubblica sono proprio a danno dei più giovaniBasta fare qualche esempio per comprendere meglio le dimensioni del problema. Partiamo dalle pensioni. In Italia, la spesa sociale è occupata per oltre il 60% dalle pensioni. Questo implica un trasferimento di risorse dalle giovani generazioni a quelle più anziane. Tale sistema, oltre che finanziariamente insostenibile, causa l’allungamento dell’età media e la bassa fertilità, lo è divenuto anche socialmente.
Assistiamo, infatti, a una contrapposizione tra una generazione in uscita, con un sistema retributivo caratterizzato da tassi di rimpiazzo (rapporto tra l’ultima retribuzione e la prima pensione) fino all’80% e possibilità di pensionamenti anticipati senza penalizzazioni, e giovani “contributivi”, che avranno una pensione con tassi di rimpiazzo che difficilmente arriveranno, nei casi più fortunati, al 60%. Se a questo aggiungiamo un mercato del lavoro dove aumentano le carriere lavorative “discontinue”, tale tasso potrebbe scendere al 30-40% senza il lusso del pensionamento anticipato. Di conseguenza, anche spendere ulteriori 10 miliardi per la modifica della Maroni, rischia di essere l’ennesima occasione sprecata per fare giustizia tra una generazione anziana, che ha migliorato il suo livello di benessere spesso non pagandone le spese, ma facendo debito, e una generazione più giovane che tale debito oggi si ritrova a pagare. Un secondo esempio è nel mercato del lavoro, dove le recenti riforme dalla Treu alla Biagi, hanno certamente migliorato i livelli occupazionali italiani, ma hanno scaricato il problema della flessibilità o più esattamente della precarietà, solo sulle più giovani generazioni. In Italia piuttosto che pensare a introdurre un mercato del lavoro più dinamico e flessibile per tutti, che contemporaneamente tuteli il lavoratore tramite sussidi di disoccupazione appropriati e una politica del lavoro attiva efficacie, si è preferito tutelare il posto di lavoro, senza intaccare i diritti acquisti delle passate generazioni. Ciò ha creato una dualità nel mercato: precari contro garantiti, giovani contro anziani. Tale logica ha creato appunto, insider e outsider, uccidendo la produttività e l’innovazione. Se in Italia l’incidenza dei contratti a termine o “atipici”, per le fasce di età più giovani, sembra essere in linea con gli altri paesi europei, la debolezza o semi-assenza della spesa pubblica per la protezione sociale assegnata al lavoro (che include la gran parte degli ammortizzatori sociali) rispetto alla media dei paesi europei trasforma la flessibilità in precarietà. Questa situazione rende più importante il ruolo del sostegno familiare che spesso non sembra essere sufficiente: il 40 per cento dei giovani con contratti temporanei vive in contesti familiari che non sono in grado di sostenerli adeguatamente (rapporto Istat 2005). Questo oltretutto vincola il futuro di un ragazzo a quello della sua famiglia di origine, rendendo l’Italia uno dei paesi occidentali con la più bassa mobilità sociale: se nasci povero (ricco) probabilmente morirai come tale. Inoltre l’Italia ha perseguito la strategia dell’aumento dell’occupazione seguendo la via più breve, che come si sa non è sempre la migliore. La strategia perseguita è stata quella della riduzione dei salari “working poor”, con la creazione e la conservazione di posti di lavoro a bassa produttività. Ha scartato quindi la via dell’investimento e dell’innovazione, “working rich”, in cui l’istruzione e il miglioramento delle qualifiche garantiscono la creazione e la conservazione di lavori altamente produttivi. Questa seconda via, più virtuosa e sostenibile alla luce della competizione globale, necessita però di profonde riforme nello stato sociale, nel mercato del lavoro, in quello produttivo e nel sistema d’istruzione, oltre che importanti investimenti in ricerca e sviluppo. Questi due esempi illustrano fedelmente la situazione italiana, ma sicuramente non sono esaustivi, basti pensare all’imponente mole di debito pubblico, oltre il 100% del Pil, che grava sulle nostre spalle. A questo bisogna aggiungere che, chi contrattava ieri e contratterà anche domani con il governo, purtroppo, rappresenta solo una parte esigua delle persone interessate dalle varie riforme e dai futuri cambiamenti che si apporteranno al sistema. D’altronde il sindacato rappresenta i suoi iscritti, e la stessa politica fa riferimento a un elettore mediano con un’età sempre più elevata ( per l’invecchiamento della popolazione), che chiede pensioni più generose e il mantenimento spesso dei propri privilegi (quando ci sono) a discapito delle future generazioni, che si troveranno a pagarne il prezzo in termini di pensioni modeste, assenza di welfare, e più in generale di un debito pubblico che ne comprime ogni possibilità di crescita. Il problema quindi, sembra derivare da un’assenza di rappresentanza delle più giovani generazioni, ma anche da una mancanza di coraggio politico della classe dirigente tutta del nostro paese. Serve quindi un nuovo patto generazionale per uscire dal guado. Se si vuole cambiare questo paese, bisogna investire sulle nuove generazioni, e assicurargli un futuro. Questo non significa assistenzialismo e reddito garantito per tutti, ma ripensare alla nostra spesa pubblica e in particolare alla spesa sociale. Bisogna passare da un welfare puramente assistenziale e clientelare, che nel migliore dei casi cerca di assistere la persona quando ormai è troppo tardi, ad un welfare delle opportunità, che permetta a un giovane di poter investire su di se e sul proprio futuro a prescindere dallo status della propria famiglia di origine. Tutto questo non è a costo zero, soprattutto per chi ha dei privilegi da difendere. Il cambiamento, però, sarà tanto più indolore quanto più questo paese riuscirà a cambiare il suo modello di sviluppo e a crescere economicamente. E’ la solita storia della torta: se le fette da fare sono tante è meglio che la torta sia il più grande possibile. |