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Editoriale

Can che abbia non morde

di Alessandro Pillitu

Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano.
In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti.
Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante.
Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC.
Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro.
Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci.
Per il resto non ci siamo.
Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza.
Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure.
E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo.
Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael.
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Zapatero nel patio di un convento PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Liuzzi   
Thursday 27 March 2008

In memoria del compagno Isaias Carrasco
Rappresentante sindacale ed ex assessore socialista di Mondragón
Assassinato sotto casa dal terrorismo nazionalista.
L’internazionale / futura umanità

 

 

È nel patio di un convento che il Partito Comunista (di Spagna) forma il Quinto Reggimento della famosa canzone. Dove fossero finiti monache o monaci all’atto di queste marziali operazioni, non è dato saperlo. Ma possiamo immaginarlo.Quel reggimento in formazione, d’altronde, doveva essere schierato a difesa della Repubblica contro la crociata dei fascisti.

Prima di alcune divertenti considerazioni sul responso elettorale di Madrid, è bene ricordare che quel confine fra cattolicesimo e progressismo che in Italia semplicemente non esiste almeno dal primo Ottocento, nella storia e nella cultura spagnole è profondamente marcato.

Tagliando con l’accetta: di qua la conservazione (eventualmente la reazione) con preti, padroni e fascisti, di là il progressismo, con anarchici, comunisti e socialisti. La guerra civile scoppiò in un paese in cui questo solco era già tracciato, nelle città come nelle campagne, ed è in questo quadro che una violenza feroce travolge anche la chiesa, la quale sceglie quindi di chiudere due o tre occhi sulle ben più ampie atrocità dei crociati e dei loro alleati nazifascisti. È una semplificazione, certo, ma un politico spagnolo, nel patio di un convento, o ci entra armi in pugno o ci va ad ossequiare. Difficile trovare una via di mezzo.

Zapatero, dunque, non ha avuto nessun problema di coscienza a far approvare provvedimenti che hanno fatto rizzare i capelli sotto le papaline a molte eminenze. La chiesa (gerarchia e fedeli), si è opposta con forza, ma è sempre stato ben chiaro chi fossero “i suoi” e chi “gli altri”. In altre parole, il PSOE non ha avuto la necessità di una mediazione interiore.

Questo per dire che non è possibile confrontare direttamente, senza un filtro storico, le diverse gestioni italiana e spagnola del rapporto Stato-Chiesa e, soprattutto, del rapporto sinistra-Chiesa.

Il risultato delle elezioni di domenica 9 Marzo, che vede i socialisti riconfermati al governo con una più ampia maggioranza, conferma che quelle scelte, ma più in generale una politica volta a dare una “scossa culturale” alla Spagna, non solo sono state possibili, ma hanno convinto e ha pagato.

Le vittime principali sono cadute a sinistra. Izquierda Unida (l’equivalente della nostra Sinistra Arcobaleno) è ormai ai margini del Congreso con solo 2 seggi su 350, tre in meno (e la metà degli elettori) rispetto al 2004. L’Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana di Catalogna, indipendentisti), già in calo la scorsa volta, ha anch’essa quasi dimezzato.

Netto il calo dei vari partiti nazionalisti: tengono solo i Catalani di Convergència i Unió (il Partito “di potere” di Barcellona), i piccoli (Canari, Galleghi) vanno maluccio.

Discorso a parte per il Partito Nazionalista Basco: perdono un seggio, forse il solo effetto elettorale importante del brutale assassino del nostro compagno Isaias Carrasco, per mano dell’ETA.

Nei fatti lo “girano” ai popolari, ma “idealmente” lo cedono a Unión Progreso y Democracia, la vera novità delle elezioni. Questo partito, infatti, è stato da poco fondato da importanti intellettuali baschi (fra cui il filosofo Fernando Savater) ed ex socialisti per dare una risposta “civile” alla violenza terrorista dell’Eta e alla disgregazione del paese in particolarismi locali.

A sorpresa, chi guadagna più seggi sono proprio gli sconfitti, cioè il Partido Popular di Mariano Rajoy.

Come si spiega?

Proviamo a metterla così. Dopo quattro anni vissuti pericolosamente dall’esecutivo Zetapé, la polarizzazione del conflitto politico ha schiacciato i piccoli e spinto su i grandi.

La sinistra (in primis IU) è stata privata di argomenti dalla capacità del PSOE di governare dando risposte progressiste sia ai problemi sociali economici (riduzione della precarietà) sia ai problemi sociali in senso più vasto (matrimoni omosessuali, divorzio rapido, condizione femminile).

Lo stesso fatto di aver dato ampio spazio alle richieste centrifughe e federaliste dei partiti locali, con i cui voti il PSOE ha dovuto governare, ha in fin dei conti indebolito questi ultimi.

Quanto al PP, dobbiamo ricordare che è una grande accozzaglia, molto simile in questo alla destra italiana, che comprende al suo interno qualsiasi cosa dalle estreme fasce post (o neo) franchiste alla destra liberal, passando per i clericali reazionari e i conservatori vecchi stampo. Nel momento in cui hanno provato a vincere sul serio, la loro macchina ha schiacciato i particolarismi locali dei vari partitini facendo del partito l’alfiere unico dell’antizapaterismo.

Per questo la vittoria dei socialisti è così importante: nel momento in cui i popolari massimizzano il consenso, il PSOE viene riconfermato al governo con una maggioranza non ancora assoluta, ma certamente più autonoma dai nazionalisti.

L’era Aznar è finita.

E noi in Italia? Cosa possiamo ricavarne noi che siamo privi del conforto di uno Zapatero o anche solo dei churros con chocolate?

Beh, possiamo azzardare una previsione infaustissima per il risultato elettorale della sinistra arcobaleno e del nostro Partito SocialBoselliano. Possiamo toccare con mano la prova scientifica che assumere una posizione chiara e decisa paga. Possiamo, soprattutto, trarne una lezione importante: l’antifranchismo spagnolo è stato molto più violento, col nemico e al suo interno, e molto meno trasversale dell’antifascismo italiano.

Eppure Zapatero non solo non lo disconosce, ma lo recupera, se ne vanta e vi fa continuo riferimento. Ha scelto non di chiudere la faccenda dietro la porta della riconciliazione nazionale, ma di riaprirla e di fare finalmente quei conti con la storia che il suo paese non ha mai fatto.

Zapatero e l’antifranchismo viaggiano a braccetto, si trovano benissimo e ne traggono gran giovamento.

Buenas tardes y buena suerte.

 
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