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Editoriale

Can che abbia non morde

di Alessandro Pillitu

Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano.
In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti.
Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante.
Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC.
Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro.
Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci.
Per il resto non ci siamo.
Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza.
Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure.
E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo.
Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael.
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Scritto da Redazione   
Saturday 19 April 2008

I dati elettorali presentati in questi articoli descrivono una sconfitta totale e senza appello.
Il partito "a vocazione maggioritaria" che, con un solo alleato oggi "sorprendentemente" al 4,5%, doveva governare l'Italia, ha conquistato il 33,2% dei consensi.
È un risultato pessimo.
Il partito democratico, per governare col solo Di Pietro, avrebbe dovuto raggiungere circa un quarto di voti in più.
Inoltre, da quanto emerge dal numero dei voti assoluti, il Partito Democratico non ha avuto alcuna espansione. Pur avendo drenato il consenso del raggruppamento di formazioni alla sua sinistra (stravolgendo il tanto decantato disegno "europeo" grande partito riformista+modesta formazione radicale in sostegno a sinistra), non riesce nemmeno ad ottenere i voti dei suoi fondatori e componenti delle elezioni 2006.
Anche socialmente e geograficamente non si muove: prevale solo al centro e fra i pensionati ed i dipendenti pubblici.
Il tentativo di sfondare al Nord e fra i ceti più dinamici e/o produttivi (operai, imprenditori, giovani), perseguito esclusivamente con una campagna di candidature ad effetto, non ha portato da nessuna parte. Ed anzi, ha portato una gran parte del tessuto produttivo medio-piccolo, molto presente in quelle zone, ad affidarsi alla Lega Nord, interprete migliore di un disagio territoriale con il quale è necessario fare i conti.
Quanto al mezzogiorno, l'impegno di Anna Finocchiaro è naufragato miseramente ed una dei dirigenti più stimati del PD è stata inviata al macello.
Più in generale, ha trovato per l’ennesima volta conferma un teorema sentito e risentito, tanto da diventare banale, secondo cui le forze democratiche, ed il loro elettorato di riferimento, mal digeriscono un partito leaderistico ed una campagna elettorale esclusivamente mediatica.
E’ vero, quando il candidato premier del PD si è mosso, le piazze apparivano piene di persone. Ma spesso quello è stato l’unico appuntamento di rilievo dell’intera campagna elettorale, a livello territoriale.
In molti casi la produzione e distribuzione del materiale di propaganda è dipesa dalla buona volontà dei singoli, lasciati completamente al loro destino.
In altri termini è mancata una regia organizzativa e politica che coordinasse la campagna elettorale del partito, a prescindere dagli appuntamenti del candidato premier.
Per non parlare dell’inesistente mobilitazione dei candidati alla Camera ed al Senato, scelti secondo metodi e criteri tutt’altro che democratici.
Stendiamo, infine, un velo pietoso su diverse boutades spacciate per punti programmatici, come l’aumento delle pensioni per gli anziani, le aperture alla castrazione chimica, l’aumento dei salari e la diminuzione delle tasse, la diminuzione del numero delle leggi, l’accelerazione dei processi.
I dati ci consegnano un'unica verità: così non si poteva fare.
Se i numeri son questi, o gli alieni sono intervenuti nell'urna domenica mattina, o non c'è mai stata alcuna possibilità di vittoria. Chi disponeva dei sondaggi lo sapeva e ha scientemente taciuto. Le ragioni sono comprensibili, ma molti si sono illusi ed esposti, per poi trovarsi spaesati.
Bisognerà rispondere loro, chiudendo il libro dei sogni e ricominciando da quel dato per cui tutti oggi lodano proprio la Lega Nord, cioè il radicamento territoriale. Carattere imprescindibile, dal quale era ripartito anche Piero Fassino nella faticosa rincorsa per la rivincita.
Capiamo la necessità di non deprimere gli animi prima dei ballottaggi, che chiamano alle urne centinaia di migliaia di cittadini e che riguardano anche la Capitale.
Tuttavia, passata anche quest’ultima tornata elettorale, ci aspettiamo un’assunzione di responsabilità da chi ha condotto la nave a sbattere contro gli scogli, nonostante le avvisaglie, e l’apertura di una stagione veramente democratica all’interno del PD.
Si può fare.

La Redazione

 
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