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I dati elettorali presentati in questi articoli descrivono una sconfitta totale e senza appello. Il partito "a vocazione maggioritaria" che, con un solo alleato oggi "sorprendentemente" al 4,5%, doveva governare l'Italia, ha conquistato il 33,2% dei consensi. È un risultato pessimo. Il partito democratico, per governare col solo Di Pietro, avrebbe dovuto raggiungere circa un quarto di voti in più. Inoltre, da quanto emerge dal numero dei voti assoluti, il Partito Democratico non ha avuto alcuna espansione. Pur avendo drenato il consenso del raggruppamento di formazioni alla sua sinistra (stravolgendo il tanto decantato disegno "europeo" grande partito riformista+modesta formazione radicale in sostegno a sinistra), non riesce nemmeno ad ottenere i voti dei suoi fondatori e componenti delle elezioni 2006. Anche socialmente e geograficamente non si muove: prevale solo al centro e fra i pensionati ed i dipendenti pubblici. Il tentativo di sfondare al Nord e fra i ceti più dinamici e/o produttivi (operai, imprenditori, giovani), perseguito esclusivamente con una campagna di candidature ad effetto, non ha portato da nessuna parte. Ed anzi, ha portato una gran parte del tessuto produttivo medio-piccolo, molto presente in quelle zone, ad affidarsi alla Lega Nord, interprete migliore di un disagio territoriale con il quale è necessario fare i conti. Quanto al mezzogiorno, l'impegno di Anna Finocchiaro è naufragato miseramente ed una dei dirigenti più stimati del PD è stata inviata al macello. Più in generale, ha trovato per l’ennesima volta conferma un teorema sentito e risentito, tanto da diventare banale, secondo cui le forze democratiche, ed il loro elettorato di riferimento, mal digeriscono un partito leaderistico ed una campagna elettorale esclusivamente mediatica. E’ vero, quando il candidato premier del PD si è mosso, le piazze apparivano piene di persone. Ma spesso quello è stato l’unico appuntamento di rilievo dell’intera campagna elettorale, a livello territoriale. In molti casi la produzione e distribuzione del materiale di propaganda è dipesa dalla buona volontà dei singoli, lasciati completamente al loro destino. In altri termini è mancata una regia organizzativa e politica che coordinasse la campagna elettorale del partito, a prescindere dagli appuntamenti del candidato premier. Per non parlare dell’inesistente mobilitazione dei candidati alla Camera ed al Senato, scelti secondo metodi e criteri tutt’altro che democratici. Stendiamo, infine, un velo pietoso su diverse boutades spacciate per punti programmatici, come l’aumento delle pensioni per gli anziani, le aperture alla castrazione chimica, l’aumento dei salari e la diminuzione delle tasse, la diminuzione del numero delle leggi, l’accelerazione dei processi. I dati ci consegnano un'unica verità: così non si poteva fare. Se i numeri son questi, o gli alieni sono intervenuti nell'urna domenica mattina, o non c'è mai stata alcuna possibilità di vittoria. Chi disponeva dei sondaggi lo sapeva e ha scientemente taciuto. Le ragioni sono comprensibili, ma molti si sono illusi ed esposti, per poi trovarsi spaesati. Bisognerà rispondere loro, chiudendo il libro dei sogni e ricominciando da quel dato per cui tutti oggi lodano proprio la Lega Nord, cioè il radicamento territoriale. Carattere imprescindibile, dal quale era ripartito anche Piero Fassino nella faticosa rincorsa per la rivincita. Capiamo la necessità di non deprimere gli animi prima dei ballottaggi, che chiamano alle urne centinaia di migliaia di cittadini e che riguardano anche la Capitale. Tuttavia, passata anche quest’ultima tornata elettorale, ci aspettiamo un’assunzione di responsabilità da chi ha condotto la nave a sbattere contro gli scogli, nonostante le avvisaglie, e l’apertura di una stagione veramente democratica all’interno del PD. Si può fare. La Redazione
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