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Editoriale

Can che abbia non morde

di Alessandro Pillitu

Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano.
In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti.
Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante.
Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC.
Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro.
Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci.
Per il resto non ci siamo.
Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza.
Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure.
E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo.
Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael.
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Tremonti, il neocon de noantri PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Mazzonna   
Friday 30 May 2008
Il primo Consiglio dei Ministri del nuovo esecutivo Berlusconi rappresenta al meglio la cultura che guida l’agire politico della destra italiana.
La scelta della location, Napoli, e i principali provvedimenti presi, in tema di sicurezza e fisco, hanno indubbiamente in comune la stessa matrice ideologica e politica.
Una matrice che punta a rispondere a problemi reali delle persone, magari amplificati nella loro percezione dai media, in maniera semplice e spesso puramente demagogica e inefficacie, ma che almeno nel breve periodo trova il consenso di molti cittadini.
Il principale ideologo di questa nuova cultura politica è certamente Giulio Tremonti.
Nel suo ultimo libro “Le paure e le speranze” possiamo trovarne conferma.
Le tesi del ministro dell’Economia fanno breccia nell’elettorato italiano, perché rispondono direttamente ai bisogni di protezione di una larga fascia del paese, in questo momento fragile di fronte alle conseguenze della globalizzazione.
Questo è tanto più vero in un momento in cui i messaggi dei partiti del centro-sinistra (PD compreso) su questi temi appaiono discordanti, incerti, o poco credibili quando cercano di inseguire la destra.
Basti pensare alla campagna elettorale del PD sui temi della sicurezza (vedi la castrazione chimica) o sul fisco.  Più in generale, i governi del Centro-sinistra non sono riusciti minimamente a incidere su queste paure, troppo presi dai litigi interni per comprendere cosa stava accadendo nel paese reale.
Tremonti, invece, vi risponde. Parlando della Cina e della globalizzazione, ad esempio, proponendo dazi e quote, parla ai tanti imprenditori schiacciati dalla concorrenza internazionale, nonché ai loro lavoratori.
E’ indubbio, infatti, che la globalizzazione ha portato alla delocalizzazione di una lunga serie di produzioni verso Paesi in via di sviluppo, oltre che ad imponenti flussi migratori. E’ oramai consolidato che queste dinamiche vanno inesorabilmente comprimendo i salari, soprattutto quelli dei settori manifatturieri tradizionali, in larga parte presenti al Nord ed in maggioranza in Italia.
Non si può non riconoscere, infine, che la stessa Cina sia uno dei principali fattori di squilibrio mondiale e che per l’Italia rappresenti un concorrente diretto e inarrivabile più che un mercato di sbocco.
Che poi le soluzioni proposte siano peggiori dei loro mali, figlie di una visione del mondo ottocentesca, questo, purtroppo, non intacca la rendita elettorale. Tremonti, infatti, non guarda affatto ai problemi di casa nostra, ma punta esclusivamente al nemico al di fuori dei nostri confini, che minaccia le nostre ricchezze.
La teoria economica e l’esperienza degli altri paesi OSCE, però, vorrebbero che i paesi con un così elevato livello di ricchezza procapite, come l’Italia, si specializzassero nel tempo su prodotti tecnologicamente più avanzanti rispetto ai Paesi in via di Sviluppo. Allo stesso tempo quest’ultimi avranno incentivo alla produzione di beni manifatturieri tradizionali, sui quali essi godono di un vantaggio comparato in termini di costo del lavoro.
In Italia, purtroppo, alcune componenti che incentivano lo sviluppo di vantaggi comparati sui beni a più alto valore aggiunto vacillano. Ad esempio, il sistema informativo non funziona, la spesa in ricerca e sviluppo è a livelli bassissimi, la dimensione media d’impresa è di pochi dipendenti con una specializzazione produttiva in settori tradizionali esposti alla concorrenza di paesi con salari inarrivabili. Abbiamo, inoltre, un debito pubblico maggiore del Pil e una tassazione elevatissima, ma un welfare tutto spostato sulle generazioni più anziane. Per non parlare di una società senza meritocrazia divisa fra vari corporativismi.
La stessa immigrazione alimenta un’economia, quella italiana, che cerca soprattutto braccia più che teste.
Questo spiega anche perché l’immigrazione verso Italia è composta quasi esclusivamente da cosiddetti lavoratori “low-skills” ovvero persone con livelli di istruzione molto bassi. L’altra faccia di una medaglia che vede i cervelli italiani in fuga verso l’estero.
Tremonti, invece di puntare a risolvere i tanti problemi citati, propone, in teoria come molti riformisti e democratici, una nuova “governance mondiale” (una nuova Bretton Woods), ma non al fine di promuovere lo sviluppo economico e la stabilità nei commerci, ma solo per fermare lo sviluppo dei paesi asiatici, facendo finta di non sapere che su queste basi nessuna trattativa e nessun accordo mondiale è possibile.
Sintetizzando, vorrebbe arrestare lo sviluppo di paesi  emergenti come la Cina, l’ India o il Brasile, che dopo decenni di povertà estrema stanno finalmente migliorando le loro condizioni di vita, rispetto ad un principio secondo il quale :“la storia è stata già scritta, loro sono i poveri e noi i ricchi”.
Peccato che oggi la Cina rappresenti la seconda potenza mondiale, e pensare di poterla arrestare con misure di restrizione commerciale è del tutto illusorio, oltre che pericoloso, perché rischia di isolare l’Italia e l’Europa.
Purtroppo, però, non basta solo denunciare la demagogia e l’inefficacia delle proposte politiche della destra italiana: bisognerebbe proporre e attuare, nelle aree che ancora vedono il centro sinistra al governo, politiche concrete, che alle tante domande di protezione e sicurezza offrano una risposta.
E questo, fino ad ora, non è riuscito né ai governi di Centro-Sinistra né al PD.
 
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