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I primi vagiti del nuovo Governo non ci hanno stupito molto. I toni utilizzati sono stati forse meno enfatici ed arroganti del passato, ma la sostanza dei provvedimenti messi in cantiere ricalca quanto promesso, o minacciato, durante la campagna elettorale. Vengono, quindi, spacciate per soluzioni una serie di iniziative di sicuro impatto mediatico, ma che poco aggiungono o tolgono alla situazione attuale. In questo il primo passo del nuovo valzer governativo sembra identico a quello del precedente esecutivo, quando l’allora ministro Bersani presentò, nel clamore generale, un piano per meglio tutelare il cittadino consumatore, bloccato, per larghi tratti, dalla stessa maggioranza di centro-sinistra. Oggi a quella domanda di tutela si risponde con una proposta piuttosto ambigua sulla ritrattazione dei mutui a tasso variabile, con l’abolizione di ciò che rimaneva dell’I.C.I., con la detassazione degli straordinari per chi ha un reddito fino a trentacinquemila euro. Segnali, appunto, ma non di più. Non si tratta di criticare per principio, ma di vedere al di là del proprio naso. Senza addentrarsi eccessivamente nel merito di queste misure, non può nascondersi una certa preoccupazione sulla strategia nella quale si inseriscono. Sembrano scelte di corto respiro, assai poco rivoluzionarie e, anzi, quasi dovute. Utili per lasciare un po’ di liquidità nelle tasche delle famiglie e consolidare un’immagine di efficientismo, molto meno per ridare all’economia lo slancio di cui avrebbe bisogno. Poiché, infatti, gli effetti della crisi internazionale si avvertono in modo più marcato nel nostro Paese per ritardi strutturali, sarebbe stato più opportuno utilizzare le stesse risorse (reperite, come sempre, dai bilanci degli enti locali) in altre direzioni, magari investendo in infrastrutture, formazione, ricerca, forze di polizia. O dirottandole verso il Ministero della Giustizia. Cronicamente privo di personale per il blocco delle assunzioni – le ultime per concorso risalgono alla seconda metà degli anni novanta –, il dicastero di Via Arenula dovrà affrontare le conseguenze dei provvedimenti repressivi contenuti nel pacchetto sicurezza. Anche in questo caso alle istanze dei cittadini si è risposto mostrando i muscoli, non l’intelligenza. Aver inasprito le pene per chi commette un omicidio colposo guidando in stato di ebbrezza, o aver introdotto l’aggravante dell’illecita permanenza sul territorio italiano, non solleva di un millimetro la soglia della sicurezza percepita dai cittadini, che spesso vedono nella lentezza dei processi e nell’abbondante indulgenza dei magistrati alcune cause della propria insicurezza. Non si spiega altrimenti la diffidenza verso le denunce ed il crescente sentimento di sfiducia anche nei confronti della magistratura. Finché, però, si riterrà di introdurre reati incostituzionali ed inumani, come quello di immigrazione clandestina, e non si provvederà invece ad affrontare il tema del miglioramento amministrativo degli uffici giudiziari, saremo lontani dal diminuire i tempi del processo, sia civile che penale, e continueremo, come contribuenti, a sopportare i costi delle condanne inflitte allo Stato per l’eccessiva durata dei giudizi. Basti pensare che, nel 2004, i tempi medi necessari ad ottenere una pronuncia su un semplice inadempimento contrattuale erano di gran lunga più elevati rispetto al resto dei paesi europei (Fonte: Relazione del Presidente presso la Suprema Corte di Cassazione, Inaugurazione anno Giudiziario 2008). Quanto al tema immigrazione, le critiche piovute sull’esecutivo dall’Unione Europea, dall’O.N.U. e dal Vaticano forse indurranno a qualche ripensamento normativo, ma non sembrano riuscire a scalfire quel senso di insofferenza verso “il diverso” che ha scatenato episodi xenofobi un po’ ovunque, sostanzialmente giustificati dai ministri della Lega Nord. Purtroppo anche al loft risuona la filastrocca «inflessibili con chi viene per delinquere», sbandierata in tutte le salse dal centro-destra, che non è accompagnata, se non in qualche isolato intervento, da una riflessione sulle politiche di integrazione degli stranieri. Per fare un esempio, nelle nostre strutture di permanenza temporanea, più volte oggetto di denunce di organizzazioni come Amnesty International e Medici Senza Frontiere per le oscene condizioni igieniche, non è previsto che i migranti imparino la nostra lingua. Non si comprende, poi, perché un immigrato clandestino che trova un lavoro in Italia (magari in qualche cantiere di qualche grande opera pubblica) debba essere considerato di per sé una minaccia per la società, e non una risorsa da regolarizzare ed inserire nel tessuto sociale. Se queste sono le soluzioni, siamo di fronte ad un problema serio, che coinvolge anche il PD. Perché mostrare un atteggiamento conciliante verso una maggioranza che partorisce solo questo, addirittura compiacendosi per l’aumento dei poteri dei sindaci in materia di sicurezza, significa soffrire ancora di diversi postumi per il trauma delle elezioni. Sarebbe il caso di svegliarsi un po’.
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