Editoriale
Can che abbia non morde
di Alessandro Pillitu Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano. In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti. Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante. Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC. Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro. Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci. Per il resto non ci siamo. Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza. Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure. E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo. Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael. Leggi Tutto
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Le ipocrisie dietro la fame nel mondo |
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Scritto da Fabrizio Mazzonna
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Thursday 12 June 2008 |
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Il vertice Fao ha fatto molto discutere per la presenza, definita “incresciosa” da Gordon Brown, del Presidente iraniano Ahmadinejad e di quello dello Zimbabwe Mugabe. Questo certamente non ha giovato all’immagine di un vertice mondiale già di per sé molto problematico. Ma pensare che il problema maggiore del Summit Fao, provenisse da presenze sicuramente “oscene”, è a dir poco ipocrita. Ipocrita, perché tenta di nascondere il problema al quale questo vertice è stato chiamato a rispondere, la crisi derivante dall’impennata dei prezzi dei beni alimentari e di cui è incapace di elaborare una soluzione credibile. Si potrebbe iniziare a discutere dalla quasi inutilità di un’istituzione, la Fao, che utilizza una quota importante delle sue risorse solo per il funzionamento della propria macchina organizzativa, e che poco più di 10 anni fa si era data l’obiettivo di dimezzare il numero di persone (800 milioni) che vivevano e vivono tuttora (anzi, sono aumentate) sotto la soglia della sussistenza. Oppure, si potrebbe parlare di come la comunità internazionale abbia deciso di affrontare il problema della povertà nel mondo, affidandolo all’opera caritatevole dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale o di qualche ONG, poco efficaci e spesso non coordinati tra loro, mentre contemporaneamente il protezionismo di Stati Uniti, Europa e Giappone, in particolare nel settore agricolo, crea danni economici più elevati dei sussidi dati ogni anno in aiuti allo sviluppo. Le ipocrisie da elencare sono tante, ma per rimanere al vertice di Roma credo sia opportuno partire dalla situazione attuale, quindi dall’impennata dei prezzi dei generi alimentari, che sta mettendo in ginocchio non solo i paesi africani, sempre più isolati dalla globalizzazione e dal processo di sviluppo economico, ma anche una larga fascia delle popolazioni nei paesi emergenti.
L’aumento dei prezzi (per il Petrolio il discorso è simile) è conseguenza di due fattori: la crescita economica dei paesi asiatici, Cina su tutti, che a sua volta incrementa la domanda e la speculazione finanziaria in corso sugli stock alimentari di investitori in fuga dal dollaro, di fronte ad una offerta, quella di beni agricoli, stabile o in calo. Le cause sopra elencate hanno la stessa radice, la mancanza di una governance mondiale. In assenza di un nuovo schema di governo mondiale, infatti, i benefici della globalizzazione, che hanno portato in questi ultimi anni quasi un intero continente, quello asiatico, ad uscire finalmente dalla povertà estrema, rischiano di essere totalmente annullati. Crescenti disuguaglianze nei redditi, governi nazionali impotenti di fronte a movimenti sempre più veloci dei capitali, inquinamento e risorse naturali sempre più scarse, sono problemi non più rimandabili. Viviamo in un mondo che è radicalmente cambiato rispetto a soli 15-20 anni fa, ma con istituzioni e regole mondiali ferme al 1945. La soluzione non può essere, però, quella di fermare lo sviluppo di Paesi che solo adesso iniziano a vedere un miglioramento delle loro condizioni di vita. L’Europa e gli Stati Uniti sono, naturalmente, i soggetti designati a prendersi carico della situazione, decidendo in primo luogo di rimettere in discussione le loro posizioni dominanti in campo economico. Smettendo, per esempio, di sovvenzionare le rispettive agricolture o, come nel caso del latte europeo, di frenarne la produzione (o buttarlo come si faceva fino a qualche anno fa) per evitare di abbassarne troppo il prezzo. L’obiettivo deve essere quello di arrivare ad un nuovo equilibrio mondiale, che contemperi per la prima volta le esigenze e i bisogni di tutti i popoli. A meno che non si desideri che le presenze “incresciose” in questi summit, non siano più un’eccezione di cui vergognarsi, ma la regola. |
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