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Editoriale

Can che abbia non morde

di Alessandro Pillitu

Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano.
In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti.
Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante.
Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC.
Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro.
Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci.
Per il resto non ci siamo.
Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza.
Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure.
E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo.
Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael.
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È venuto Bush e non so che pensare PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Liuzzi   
Wednesday 18 June 2008
Arriva Bush e non ho niente da leggere, si intitolava uno speciale del compianto Diario in occasione della celebre visita a Roma del presidente americano nel maggio 2004. A quattro anni di distanza l'evento si è ripetuto, con uguale dispiegamento di forze di sicurezza e assai minor partecipazione di popolo. Segno, questo, di scarsa vitalità sia del "movimento" sia di una presidenza ormai sul viale di uno scialbo tramonto.
Quattro anni fa le cose erano abbastanza chiare. Il comandante in capo col quinto Q.I. più basso della storia, sulla spinta della brancaleonica impresa d'Iraq, che pure già mostrava i primi segni del disastro, si avviava a sconfiggere il re del ketchup ed essere eletto con la più ampia maggioranza di sempre.
Nella città dei sette colli, il presidente degli Stati Uniti veniva a rinsaldare l'alleanza con un governo berlusconi a metà mandato, in discesa libera verso la sconfitta del 2006 e, in politica estera, gravato dall' eredità dell'attentato di Nassiriya, ma con ancora due anni di potere davanti e la possibilità di muovere uomini e denari secondo i desiderata americani.
Intorno una colorita ed agguerrita moltitudine di contestatori: il movimento per la pace alla sua massima espansione.
L'evento quindi, era pieno di significato politico: sul piano internazionale, Bush trovava un solido appoggio (uno fra i pochi) e Berlusconi la legittimazione di una politica estera molto celebrata, ma di assai corto respiro; sul piano interno si allargava il solco tra la maggioranza parlamentare e un opinione pubblica diffusamente ostile all'impegno bellico in Mesopotamia.
Ma oggi? Che senso ha, ha avuto questo incontro nella piovosa primavera 2008?Il comandante in capo si presenta con brutte notizie per il suo alleato euromediterraneo fresco di ri-ri-elezione: non c'è niente da fare, un posto per l'Italia nel prestigioso (ma inutile?) gruppo di mediazione sul nucleare iraniano proprio non si trova.
Sono proprio i cristiano-democratici tedeschi, teorici e appetiti alleati di Berlusconi a non volerlo. Insomma, una conferma sperimentale in diretta del rapido tracollo delle nostre quotazioni internazionali.  E qui starebbe bene chiedersi quanto sarebbe credibile un Paese che sta annunciando la ripresa del proprio programma nucleare (in aperta controtendenza con l'amministrazione Bush, che invece punta al biodiesel e al solare) nel fermare la nascita di quello altrui.
Il governo italiano, per suo conto, offre armi ed onori al presidente americano, ma, viene da chiedersi, perché?
George "doppiavù" giunge male in arnese al termine dei suoi mandati, così male che anche il candidato Repubblicano McCain, che pure rappresenta la più completa continuità politica, se ne tiene discosto.
E se poi a Novembre (tra meno di sei mesi) vince Obama?
Che senso ha re-impostare la propria politica estera sul ri-appiattimento su una presidenza statunitense agonizzante? Di fatto così si scredita il Paese nell'immediato e se ne scommette il futuro sulla vittoria di McCain, possibile, ma non certa. E, soprattutto, non auspicata dalla stragrande maggioranza degli Italiani e degli Europei, che preferiscono Obama spesso a dispetto della loro fede politica in materia nazionale.
Bush è venuto a Roma e non so che pensare, se non che il governo ha poche idee, vecchie e confuse e l'opposizione, "istituzionale" o "movimentista", è trasparente. Non mi stupisce che nessuna rivista abbia pubblicato speciali.
Forse è questo il futuro che ci aspetta: pioggia, città blindate, traffico in tilt e una lunga diretta di Raidue.
 
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