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Editoriale

Can che abbia non morde

di Alessandro Pillitu

Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano.
In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti.
Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante.
Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC.
Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro.
Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci.
Per il resto non ci siamo.
Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza.
Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure.
E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo.
Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael.
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Nuove Forme Poetiche in cittą PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulia Calamante   
Friday 22 August 2008

Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia”. Era il 1909 quando Filippo Tommaso Marinetti scriveva queste parole per quello che sarebbe diventato il Manifesto Futurista. Oggi, nel 2008, sembrano tornate attuali. Roma da qualche mese è governata da un’amministrazione di centrodestra.

Gianni Alemmano e la sua giunta devono sentirsi effettivamente molto coraggiosi, audaci e ribelli, soprattutto grazie a quel 53,7% che ne ha decretato la vittoria nelle ultime elezioni amministrative.

Il coraggio, virtù umana, si concretizza purtroppo solamente in slogan elettorali che, coraggiosamente, incitano alla difesa della sicurezza personale. Prima si dibatteva su questioni di diritti civili (ricordate i “pacs”? Poi sono venuti i “dico”; poi, proprio perché fondamentali per l’ex governo, non se n’è fatto più nulla); oggi ci preoccupano di più i diritti umani, che sembra possano essere calpestati in assoluta libertà, anche grazie al ministro Maroni. Non si può certo dire che questa amministrazione non parli alla pancia dei cittadini: rimane aperto il dubbio su cosa sia reale e quanto invece sia una semplice percezione amplificata dai più bassi istinti umani.


 

 

    

Il problema della sicurezza, oggi così impellente in Italia, è questione che riguarda anche la nostra città, almeno così pare. L’obiettivo di questo governo, nazionale e locale, che confonde immigrazione e microcriminalità, è produrre nuove norme, superficiali e barbare, affinché lo straniero che viene dall’est, o l’uomo nero, non s’intromettano più nel nostro quieto vivere. Il degrado urbano di cui ci raccontano viene risolto con la presenza fissa di militari in città, i concetti di accoglienza e di mediazione culturale sono spariti dal linguaggio comune: è questa la soluzione per una città come Roma?

La nuova amministrazione incoraggia e risponde alle paure, in parte legittime, degli elettori con un fantomatico pugno di ferro sulla città: “Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”.

L’audacia traspare nelle scelte, ma soprattutto nell’atto di accusa verso l’amministrazione precedente, tirando in ballo buchi di bilancio ed una gestione non troppo oculata dei conti pubblici. Anche qui sorge l’eterno dilemma: siamo vittime di una maggioranza tuttora incredula del risultato ottenuto, che porta avanti l’unica politica di cui è capace, fatta di accuse sconsiderate e attacchi senza fondamento? oppure abbiamo davanti una nuova classe di amministratori, realmente preoccupati per le sorti della nostra città? “Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”.

La ribellione, sentimento rivoluzionario: l’importante è ribellarsi! Insomma: via le strisce blu, la teca di Meyer, i corridoi della mobilità e i tram su gomma, che restino invece i sampietrini, simbolo della gloriosa storia di Roma e la tangenziale est! “Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo...un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia

Sintetizzando: speriamo che ad urlare più forte nessuno si accorga che non diciamo nulla.

Il manifesto futurista mi è tornato in mente qualche giorno fa, leggendo un articolo sull’incerta sorte della “notte bianca”, esperimento nato sotto la giunta Veltroni che oggi sembra cancellato dal calendario dell’estate romana e sostituito con una serie di “notti futuriste”. Ieri Benigni e Capossela, oggi, con coraggio audacia e ribellione, il nuovo assessore alla cultura, Croppi, promette: “Giochi di luce nel cielo della capitale. Un dirigibile che passa sulla città spandendo musica, nuove forme poetiche in città. Sarà per questo che una delle prime proposte presentata da Alemanno in persona è la costruzione di un casinò nel XIII Municipio. “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria”.

 Risulta evidente che i problemi di questa città non siano le notti bianche mancate o il rischio di ritrovarsi una via Almirante nel “Tuttocittà” del prossimo anno, né contribuirà a  risolverli la cacciata degli immigrati o la catalogazione delle impronte dei piccoli rom.

Tuttavia, Roma ha dato un segnale chiaro: dopo quindici anni di governo, il centrosinistra non ha risolto i problemi nevralgici del tessuto urbano, o quantomeno non ha fatto abbastanza. Le passate giunte hanno investito soldi e impegno in progetti necessari i cui frutti vedremo tra qualche anno. Basta pensare alle nuove linee di metropolitana.

Tutto questo non è bastato. Le spiegazioni del voto possono essere molteplici: la scelta del candidato, la perdita di appeal del “modello Roma” o, più semplicemente, il mancato ascolto di quanti vivono nella media periferia o in quella più estrema; lì il centrodestra ha nettamente sconfitto la maggioranza uscente.

È da qui che dobbiamo ripartire. Dovremmo capire perché, proprio nei quartieri più lontani dal centro, dove si concentrano le fasce sociali meno abbienti, vince una politica di destra. Quartieri interessati dal nuovo piano regolatore generale, che quindi dovrebbero beneficiare, almeno sulla carta, di nuovi servizi - dal decentramento amministrativo a nuovi alloggi e ad una migliore mobilità -.

Perché chi si è impegnato nell’approvazione del npgr non è riuscito a battere una destra inesistente sul piano politico e amministrativo, e si prepara dopo molti anni ad essere nuovamente opposizione in città?

Dobbiamo chiederci se, per confermare la fiducia al centrosinistra, bastino abitazioni costose prossime al grande raccordo anulare, o gli sportelli casa gestiti da “Action” per risolvere il problema dell’alloggio; se per riqualificare socialmente e culturalmente un quartiere basti un teatro frequentato da grandi star internazionali un paio di volte l’anno, mentre piccole e funzionali realtà culturali di quartiere non hanno avuto lo stesso spazio mediatico.

Dobbiamo, infine, domandarci perché, per creare punti di aggregazione a Roma si sia scelto, giustamente, di pedonalizzare molte vie del centro, mentre nelle periferie si è optato per gigantesche strutture commerciali, più simili a cattedrali nel deserto che a poli culturali.

Imparare la politica d’opposizione sarà uno dei compiti, difficili, che nel breve termine spetterà al centrosinistra romano.

Difendere Roma e la sua storia dai meschini tentativi di una nuova destra priva di proposte concrete, vittima delle stesse paure da lei generate, dev’essere l’obiettivo centrale. Se però il PD non imparerà a distinguere le battaglie interne al partito dalle necessità amministrative e politiche della città difficilmente, tra cinque anni, riusciremo ad ottenere un risultato diverso.

 

 
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