Editoriale
Can che abbia non morde
di Alessandro Pillitu Passeggiando per strada si incontrano spesso cagnolini piccoli che, per dimostrare al mondo di esistere, cominciano ad abbaiare inferociti nei confronti di qualunque cosa si muova nelle loro vicinanze. Hanno molta più paura loro di quanti li avvicinano, ma fanno scena. E baccano. In questi giorni di elevate discussioni giuridiche, alimentate dagli emendamenti presentati a sorpresa dalla maggioranza, in tanti hanno vestito i panni dei cagnolini ululanti. Dopo aver annusato l’aria in cerca di un osso, i maestri del dialogo avevano pensato che il congelamento del vergognoso emendamento su “Rete4” rappresentasse una dimostrazione di forza dell’opposizione e della correttezza dell’atteggiamento conciliante. Le pacche sulle spalle hanno prodotto la batosta delle amministrative siciliane, dove il PD è il terzo partito dietro il PDL e l’UDC. Ora che sua Emittenza getta la maschera e mostra i reali interessi di questo scorcio di legislatura, i dirigenti-ombra ripropongono scenari aventiniani, appiattendosi sulla linea dipietrista e tornando al muro contro muro. Complimenti, ci siamo guadagnati (forse) l’applauso di Travaglio e Grillo. O, per questa volta, non avranno di che rimproverarci. Per il resto non ci siamo. Abbiamo, pacatamente e serenamente, buttato all’aria tutto ciò che abbiamo sostenuto in campagna elettorale sul rapporto con la maggioranza. Alzi la mano – o scriva alla nostra redazione – chi pensava che il Governo Berlsuconi quater, con la maggioranza più ampia mai vista nella storia della Repubblica, non avrebbe sfruttato l’occasione per sistemare alcuni conti pendenti con alcune Procure. E non serve a niente cercare le colpe della rottura del dialogo. O si crea un nuovo tipo di opposizione, o è meglio ripensare in chiave critica una serie di filastrocche che ci ripetiamo da un po’ di tempo. Partiamo da un dato: agli italiani le inchieste che coinvolgono i potenti interessano sempre meno. Sono passati i tempi delle monetine per Craxi all’Hotel Raphael. Leggi Tutto
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Scritto da Redazione
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Sunday 08 June 2008 |
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Una vecchia barzelletta ebraica racconta di un tizio che ogni giorno prende l'ascensore con un collega che, giunto al suo piano, gli sputa in un occhio e se ne va. Interrogato dopo mesi sul perché questo accada e, soprattutto, del perché non reagisca mai all'aggressione, il tizio risponde:"chiedetelo al mio collega, è un problema suo". La società democratica italiana, e specialmente romana, invece, ha una linea di condotta radicalmente diversa. Quando è aggredita dal neofascismo o dal revisionismo più bieco, anziché reagire o tirar dritta per la propria strada, si rivolge verso gli Ebrei, chiedendo che dirimano il contenzioso. Come a dire: "è un problema loro". Quando si è dovuta certificare la bontà dell'opera precipitosa, incompleta ed ambigua di defascistizzazione del MSI., l'Italia, invece di aprire un dibattito sui tempi e modi dell'accesso all'arco costituzionale dei post-fascisti, ha delegato alla comunità ebraica il compito di fornire il bollino blu del definitivo sdoganamento. L'impatto negativo del fascismo è stato così ridotto alla sola persecuzione razziale, con buona pace della persecuzione degli oppositori, della soppressione violenta della democrazia parlamentare, della libertà, della guerra. Superato l'antisemitismo, superato tutto. Uno dei risultati perversi dell'assenza di una seria riflessione nazionale sul fascismo e sul suo ripudio è stato, a puro titolo di esempio, il fatto che il ministro degli esteri Gianfranco Fini, anziché chiedere perdono agli ebrei italiani per quanto i fascisti avevano fatto loro (a nome degli ex-fascisti), ha chiesto scusa ad Israele per quanto gli Italiani hanno fatto agli Ebrei a nome di tutti i medesimi Italiani (Ebrei inclusi, se non vogliamo privarli della nazionalità come fece la R.S.I.).
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